La Pasqua dello Sportivo per il CSI di Modena è da sempre non solo una ricorrenza, ma un’esperienza di sport, solidarietà e comunità. Quest’anno il Comitato ha voluto celebrarla valorizzando un progetto particolarmente importante, che ha preso il via nel mese di marzo nei territori di Modena e Sassuolo e ha già coinvolto decine di ragazzi e ragazze in condizioni di fragilità: lo sport di strada. Dando seguito all’esperienza vincente del Calcio di strada, promosso da Mo’ Better Football con la collaborazione delle Acli Provinciali di Modena e il Modena FC, oltre allo stesso CSI, l’ente di promozione sportiva ha lanciato questa primavera le attività di urban dance, pallavolo, basket e parkour nell’ambito del progetto “Gioca La Tua Città”, finanziato da Fondazione Entain.
«Si tratta di un progetto sperimentale di rigenerazione integrata – spiegano i responsabili Marika Minghetti e Paolo Zarzana – che ha l’obiettivo di coniugare il recupero degli spazi con la coesione della comunità, inserendosi nel contesto urbano di Modena e Sassuolo come risposta concreta e necessaria alle fratture sociali evidenziate dall’analisi territoriale. Per ognuno dei quattro sport che proponiamo, anche grazie alla collaborazione di alcune nostre società affiliate che si mettono a disposizione per realizzare le attività, abbiamo programmato oltre venti appuntamenti gratuiti di aggregazione sportiva e comunità. Il calendario completo è consultabile sul sito csimodena.it».
«La nostra realtà nasce nel 2025 e si compone di un’area disabilità e un’area minori, quest’ultima – di cui sono coordinatore – conta circa 130 ragazzi», così Alessandro Lo Piccolo racconta la ASP Ghirlandina Modena. «L’area minori a sua volta si compone di due comunità che lavorano con ragazzi in condizioni di fragilità educativa e svantaggio sociale: Rua Muro, per le età dagli 11 ai 13 anni, e 41100 che va dai 14 ai 18. Da mesi con quest’ultima partecipiamo al Calcio di strada, i ragazzi hanno accolto l’iniziativa con grande entusiasmo e in questo contesto si sono dimostrati capaci di cooperare ognuno col proprio ruolo e le proprie competenze, aspetto non scontato nelle loro condizioni di fragilità. Di conseguenza abbiamo sposato anche il progetto del basket, crediamo nell’enorme potenza dello sport come veicolo di socialità e di protezione nei confronti delle devianze e ringraziamo il CSI e le realtà con cui collabora per queste opportunità».
Le parole delle società e degli operatori
Stefano Tassi (MYA), parkour
Lo sport di strada, in particolare il parkour, come catalizzatore di un «senso di condivisione» che aiuta, i più giovani, a vivere la città in modo attivo e sano. Stefano Tassi è il Presidente – e istruttore – di MYA, società che, tra le altre cose, propone, come attività sportiva, il parkour.
Tassi, come nasce la vostra attività e cosa vi ha spinto a portare il parkour negli spazi pubblici?
«La società MYA nasce nel 2018 da un’iniziativa condivisa tra me e Flavia, la nostra responsabile sportiva e mia compagna di vita. Fin dall’origine, il progetto prende forma a partire da un’esigenza molto concreta: creare un ambiente sportivo sano, in cui la dirigenza non sia distante, ma viva quotidianamente il percorso insieme agli atleti. L’opportunità di portare il parkour negli spazi pubblici nasce dal CSI che ci ha contattati per il progetto “Gioca la tua città”. Il parkour, per sua natura, è una disciplina che dialoga con l’ambiente. Non ha bisogno di strutture apposite per esprimersi, ma valorizza ciò che già esiste: piazze, parchi, elementi urbani».
Cosa cambia quando l’ambiente urbano diventa il campo di allenamento?
«Cambia molto, ma non in senso limitante: cambia la natura stessa dell’esperienza. Il parkour nasce proprio per adattarsi all’ambiente circostante, e trova nella città il suo contesto più autentico. Fa parte del ruolo dell’istruttore competente saper guidare il gruppo in modo sicuro e graduale, insegnando a leggere l’ambiente, a valutare gli ostacoli e a muoversi con controllo».
Chi sono le persone che incontrate?
«Le persone che incontriamo sono molto diverse tra loro. Ci sono innanzitutto i curiosi: il parkour ha una forte componente visiva e attira l’attenzione dei passanti. Molti sono anche i bambini che si avvicinano con entusiasmo, spinti dalla voglia di provare e mettersi in gioco. Ci sono poi i nostri atleti, che già si allenano in palestra e che vivono queste esperienze come un’opportunità preziosa».
Cosa vorreste che chi vi incontra portasse a casa?
«Il senso di condivisione: il clima che si crea attorno ai ragazzi, fatto di collaborazione, rispetto e partecipazione. Ma c’è anche un messaggio più profondo, soprattutto per i giovani: far comprendere che questa è la loro città e che possono viverla in modo attivo e sano».


Sara Pozzetti, urban dance
Un linguaggio universale che è anche strumento per superare i timori e riscoprire la consapevolezza delle proprie capacità. Sara Pozzetti è insegnante di danza urbana e collabora con il CSI nel progetto “Gioca la tua città”.
Pozzetti, come nasce la vostra attività e cosa vi ha spinto a portare la danza urbana negli spazi pubblici?
«In realtà tutto ciò che noi classifichiamo come danza urbana non è nato in sala, anzi. Se si parla di hip hop o afro si parla di movimento culturale, di dichiarazioni di identità, di comunità e tutto parte dalla strada. È con il tempo che ci si è attrezzati per avere spazi che potessero accogliere queste arti. In un momento storico sociale come questo, il CSI ed io abbiamo solo pensato che ripartire dall’inizio e quindi dalla strada fosse la forma vincente».
Cosa cambia quando l’ambiente urbano diventa il campo di allenamento?
«La danza è coinvolgimento, unione, gruppo e appartenenza e in realtà da insegnante non cambia molto dal farlo in sala o in strada. Può cambiare per l’allievo che non è abituato all’idea che estranei possano vedere quello che sta facendo, ma credo che con il giusto supporto da parte dell’insegnante ogni allievo possa superare qualsiasi timore».
Chi sono le persone che incontrate?
«Le persone che incontriamo variano molto. A volte abbiamo piccoli gruppi di ragazzi che si trovano al parco, altre volte gruppi di bimbi, altre volte persone che aspettano la corriera o di andare alle scuole serali, è molto vasta la gamma di persone che incontriamo. C’è anche qualcuno che viene con l’intento di cercarci apposta».
Cosa vorreste che chi vi incontra portasse a casa?
«La consapevolezza che si è capaci. È molto diffusa la mentalità del “non so ballare” e quindi spesso ci si blocca subito, ancora prima di cominciare. Invece riuscire ad avere quel pizzico di coraggio ti porterà a capire che per quanto poco portati possiamo essere, la musica ci appartiene dall’eterno passato, è il linguaggio universale ed è dentro di noi. Con i giusti accorgimenti siamo tutti capaci».


Enrico Manfredini (Mo’ Better Football), Calcio di strada
Quando si parla di sport e di spazi pubblici, non si può che pensare al calcio. Lì, nelle strade, si sono formati i grandi talenti – Pelé a Bauru, Maradona a Villa Fiorito, Cristiano Ronaldo a Madeira -, e a Modena esiste un progetto che da sette anni porta il pallone sull’asfalto. Enrico Manfredini è membro di Mo’ Better Football, associazione culturale che promuove progetti legati al calcio.
Manfredini, come nasce la vostra attività e cosa vi ha spinto a portare il calcio negli spazi pubblici?
«Il progetto è stato ideato da Mo’ Better Football, finanziato dall’Amministrazione comunale di Modena. Nasciamo sette anni fa come associazione che promuove progetti sul calcio, di solito facciamo mostre, talk, seminari, lezioni. L’idea del calcio di strada nasce dal desiderio di dare una possibilità a ragazzi che non hanno possibilità economiche, e di riappropriarci degli spazi pubblici. Abbiamo iniziato in Manifattura Tabacchi, un luogo di passaggio dove c’è la comunità per minori Quarantuno100. Da lì il giro si è allargato. Facciamo due incontri al mese: giovedì in Manifattura con gli under 18 e al Novi Sad con gli over 18».
Cosa cambia quando l’ambiente urbano diventa il campo di allenamento?
«Grosse difficoltà non ce ne sono, è un piacere vedere tanta curiosità da parte delle persone. Un giorno si è fermata una classe di una scuola di Carrara, un’altra volta una famiglia di brasiliani. È bello perché porti una palla e chi c’è c’è. Il campo, pur avendo ragazzi di nazionalità diverse, risolve ogni conflitto. Il calcio di strada insegna la tecnica attraverso la sua destrutturazione, giochi con palloni su un terreno non regolare, con tanti imprevisti».
Chi sono le persone che incontrate?
«Tante amicizie sono nate. Ci dicevano che andando al Novi Sad ci sarebbe successo qualcosa, ma nel giocare a pallone non c’è nessun problema. I cittadini ci hanno ringraziato perché siamo un deterrente. Il Modena Calcio ci ha dato pieno supporto, ha aperto le porte dello stadio e abbiamo portato ragazzi che non ci erano mai entrati».


Marco Gatti (Modena Hoops), basket
Una società nata quest’anno con l’obiettivo di formare giovani che la gestiscano autonomamente. Marco Gatti è fondatore di Modena Hoops, realtà incentrata sui giovani che ha scelto di portare il basket negli spazi pubblici della città.
Gatti, come nasce Modena Hoops e cosa vi ha spinto a portare il basket fuori dalla palestra?
«La nostra storia è brevissima perché siamo nati quest’anno. Insieme ad altri due modenesi professionisti di basket, Diacci e Colombini, abbiamo costituito questa nuova società incentrata sui giovani. Stiamo lavorando affinché nel giro di due o tre anni sia gestita dai giovani completamente, la nostra funzione è formare ragazzi per gestirla. In collaborazione con il CSI stiamo facendo questo progetto del basket in strada, lo proponiamo al mercoledì, sul campo di Torrenova dalle 15.30 alle 17. È uno dei luoghi di ritrovo spontanei, non strutturati, uno degli ultimi posti in cui i ragazzi si possono trovare liberamente, senza condizionamenti vari».
Cosa cambia quando lo spazio di gioco diventa pubblico e aperto a tutti?
«Si sta ricreando un po’ il cortile di una volta in quel posto. I ragazzi oggi o sono chiusi in casa o accompagnati ovunque, questo rimane l’ultimo spazio realmente libero. Nel calcio di strada c’è un vantaggio: la maggior parte dei ragazzi sa giocare, o pensa di saperlo fare. Nella pallacanestro invece il gioco è più complesso, e l’imparare da solo è molto difficile e molto lungo. Un apporto tecnico può aiutarci ad accelerare la conoscenza del gioco».
Chi sono le persone che incontrate?
«Siamo agli inizi, ci stiamo provando. Ci sono due situazioni precise: quelli che vengono al campo per giocare, che è un gruppo consolidato, e speriamo vengano anche quelli che vogliono imparare qualcosa. Noi vogliamo aprirci più a loro. Il movimento del basket è in crescita, con numeri importanti anche in una città come Modena. La pallacanestro ha promoter d’eccezione come l’NBA: tutti i ragazzi conoscono i campioni».



































