Donne di corsa. Quando l’amore è un viaggio lungo 42 chilometri

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Come possiamo arrivare alla prima maratona olimpica femminile? Partendo da lontano e correndo assieme a cinque donne: il quarto racconto di Bar Sport parla proprio di loro

“Dieci ragazze per me posson bastare”. Facciamo così, accettiamo in parte il consiglio di Lucio Battisti e ci fermiamo a cinque: seguiremo le orme di cinque donne che, insieme ad altre, hanno contribuito a cambiare lo sport. Scegliamo di incontrarne poche per conoscerle un po’ meglio. Sarà impossibile correre al loro fianco, almeno per chi di noi non ha una resistenza da maratoneta: vorrà dire che prenderemo qualche bici a noleggio. Ci serve anche una macchina del tempo, ma quella ce l’abbiamo. Quindi possiamo cominciare.

È una storia che parte da molto lontano. Se la canzone scritta da Battisti e Mogol è di mezzo secolo fa, per incontrare la prima protagonista dobbiamo andare addirittura alla fine dell’Ottocento. Siamo nel 1896. In Grecia è in programma la prima edizione dei Giochi olimpici moderni. Stamata Revithi è una mamma, ha 30 anni e si sta spostando a piedi verso Atene per cercare lavoro. Sulla strada incontra un uomo che le parla della maratona, consigliandole di provare a farla.

C’è un problema: ai Giochi non è prevista la partecipazione delle donne. Così la mattina del 10 aprile, al momento della partenza, le viene negata la possibilità di gareggiare. Ma vuole correre, e corre: 24 ore dopo rispetto agli uomini. E pazienza se non ci sono avversari. Alle 8 del mattino parte, sotto gli occhi del sindaco, e verso le 13.30 arriva nei pressi dello stadio. Stamata posa metaforicamente la prima pietra, ma non può immaginare quanto sarà lunga e faticosa la strada per arrivare a completare l’edificio.

Nel 1900, per la prima volta nella storia, i Giochi non sono vietati alle donne: nell’edizione parigina, tuttavia, le atlete sono solamente ventidue (rispetto ai 975 colleghi maschi). Bisogna aspettare addirittura fino al 1928 per vedere l’atletica femminile sotto i cinque cerchi: le rappresentanti di vari paesi possono sfidarsi ad Amsterdam sui 100 e sugli 800 metri. Non su distanze più lunghe. Come mai? Eh, si pensa che la corsa di resistenza sia un attentato alla femminilità. Non solo: si dice che percorrere tanti chilometri possa compromettere la naturale funzione riproduttiva di una donna. Eppure c’è chi in quegli anni se ne frega: ad esempio Marie-Louise Ledru (a Parigi) o Violet Piercy (a Londra). Riferendosi a Violet, un tabloid inglese scrive: “Bisogna sperare che nessun’altra ragazza sia così folle da imitarla”.

Noi, a questo punto, abbiamo bisogno di altre ragazze così folli da imitarla. Ci spostiamo negli anni Sessanta. Il decennio della rivoluzione, se ce n’è uno. Qualcosa troveremo. La macchina del tempo ci porta a Boston, negli Stati Uniti. E’ la mattina del 19 aprile 1966, sta per partire la maratona. La nostra attenzione è attirata da un ragazzo che si nasconde dietro ad un cespuglio. Poi guardiamo meglio e ci viene un dubbio. Quel ragazzo è in realtà una ragazza. Bobbi Gibb ha 23 anni e non le va giù quel concetto, ben inculcato nella società, secondo il quale la donna è fatta per essere carina, dolce e per occuparsi delle cose di casa.

Quasi come se una metà del mondo dovesse tenere a freno le proprie ambizioni, quasi come se le ambizioni fossero un lusso concesso solamente all’altra metà del mondo. Roberta, conosciuta come Bobbi, ha sempre corso: da piccola, da ragazzina e anche adesso che è donna. E vuole correre la maratona. Invia la richiesta e riceve un ‘no’. Ecco perché si nasconde dietro al cespuglio, non lontanissima dalla linea di partenza. Ecco perché l’avevamo scambiata per un ragazzo: ha la felpa col cappuccio e i bermuda di suo fratello.

Si parte: dopo il via, senza pettorale, Bobbi esce dal cespuglio e si mette a correre. C’è tanto di buono anche nell’altra metà del mondo. I concorrenti maschi, infatti, non la guardano mica di traverso. Anzi, la aiutano: vedono che è timorosa e la incoraggiano. Allora si toglie la felpa, che per chi deve correre per più ore non è il massimo della comodità. Il pubblico? E’ dalla sua parte. In mezzo ai tanti applausi, c’è anche qualche lacrima. Sono lacrime di donne, come lei. Dopo tre ore, ventuno minuti e quaranta secondi, l’ultimo passo è quello che serve per tagliare la linea del traguardo. Ad attenderla, pronto a stringerle la mano, c’è il governatore del Massachusetts. Ma c’è anche la Storia. Quella che si legge sui libri di scuola, quella con la esse maiuscola.

Adesso dove andiamo? Avanti di un anno, restando a Boston. È sempre il 19 aprile. Però del 1967. Rispetto al ’66 vediamo innanzitutto che è cambiato il clima: c’è un po’ di nevischio. Poco più in là di noi c’è una ragazza che sta ritirando il pettorale 261. Lei sa che è il suo, ma gli organizzatori della gara no. Facciamo un passo indietro. Kathrine Switzer, anziché i bermuda del fratello, adotta un’altra strategia per partecipare ad una corsa che è ancora un’esclusiva maschile.

Si iscrive come ‘K.V. Switzer’ (dove V sta per Virginia, il secondo nome): a nessuno passa per la testa che possa trattarsi di una sigla femminile, chi le consegna il pettorale pensa che lei lo stia ritirando per un uomo. Dopo pochi chilometri, però, un ufficiale di gara la nota e l’afferra per la tuta, con l’obiettivo di fermarla. Fortunatamente a proteggere Kathrine c’è il suo fidanzato, un giocatore di football americano che allontana immediatamente l’ufficiale.

Lei, ventenne e studentessa di giornalismo, è impaurita: il pubblico, così come aveva fatto un anno prima per Bobbi Gibb, la sostiene a gran voce. Riesce a ripartire e ad arrivare in fondo. E’ l’inizio di un percorso che la porterà a vincere la maratona di New York nel 1974. Sì, negli anni Settanta finalmente le donne sono libere di correre. Più avanti l’organizzazione farà apparire nell’albo d’oro anche i nomi di Bobbi Gibb (a cui vengono riconosciute le vittorie dal ’66 al ‘68) e Sara Mae Berman (donna più veloce nelle ultime tre edizioni per soli uomini: ’69, ’70 e ’71).

A Boston, dove la maratona è la più antica del mondo (si corre dal 1897), succede qualcosa di speciale nel 2017, quando Kathrine Switzer rimette sul petto il numero 261 per celebrare il 50° anniversario dalla sua impresa. No, non è lì solo per i selfie e gli autografi. A 70 anni taglia il traguardo in 4 ore, 44 minuti e 31 secondi. “Quando vado alla maratona di Boston, adesso ho le spalle bagnate. Le altre donne mi abbracciano piangendo. Piangono di gioia perché la corsa ha cambiato loro la vita”.

Con una frase così, potremmo anche fermarci qui. Però un salto a Los Angeles è d’obbligo. Non è che vogliamo stare a tutti i costi negli Stati Uniti, sia chiaro. Oddio, dopo essere stati nella East Coast, non ci fa schifo l’idea di andare anche in California. Però non sostiamo né a Venice Beach né a Hollywood: siamo a Los Angeles perché ci sono i Giochi. 5 agosto 1984: finalmente la prima maratona olimpica al femminile. Qui incontriamo i due ultimi personaggi del nostro racconto. Joan Benoit, prima classificata, e Gabriela Andersen-Schiess, trentasettesima classificata: entrambe appassionate di sci.

Joan Benoit è statunitense e ha 27 anni. Ed è stato proprio lo sci (o meglio, una caduta con gli sci che causa una frattura alla gamba) a dare il via alla sua avventura da maratoneta. Per recuperare al meglio dall’infortunio, la scelta è quella di correre: è una strada che la porta a vincere due maratone di Boston. Nel 1979, da sconosciuta, e nel 1983, andando a stabilire il record mondiale (2:22:43, con una recente operazione al tendine d’Achille). “Quando ho iniziato a fare le prime corsette ero molto imbarazzata. Se passava una macchina, mi mettevo a camminare e fingevo di guardare i fiori”. Sul podio di Los Angeles non ha solo il mazzo di fiori, ma anche una medaglia d’oro.

Fa tanto caldo, c’è molta umidità. Non le condizioni a cui sei abituata, se la tua vita scorre a 1800 metri sul livello del mare. Gabriela Andersen-Schiess ha 39 anni ed è nata in Svizzera, ma da un ventennio fa la maestra di sci a Sun Valley. Anche quando mette da parte gli scarponi per infilarsi le scarpe da corsa, se la cava bene: è reduce da due vittorie sui 42 km, ottenute nell’anno preolimpico.

La sua maratona sembra procedere in modo tranquillo: fino a due terzi di gara tutto nella norma, non ci sono ambizioni da podio ma il passo è buono. Poi arrivano le prime difficoltà, legate al clima. E, per di più, a Gabriela sfugge l’ultimo dei cinque rifornimenti (non beve, per intenderci). Venti minuti dopo l’arrivo di Joan Benoit, lo stadio nota quello sta succedendo nei pressi del tunnel. C’è una donna con una canotta rossa e un cappellino bianco che barcolla. Non il cappellino, barcolla lei. I medici le vanno incontro, ma fa un gesto per allontanarli: sa bene che, se ti fai aiutare, sei squalificata. Loro notano che il suo corpo ha ancora liquidi e la lasciano proseguire.

“Avevo l’opportunità di portare a termine una maratona in uno stadio olimpico – dirà Gabriela – e sapevo che sarebbe stata l’unica occasione della mia vita. Quei 400 metri sembravano essere molti di più, ma avevo il supporto della gente. Il pubblico mi applaudiva e mi incoraggiava ad arrivare in fondo”.

L’impresa di Gabriela allo stadio ‘Memorial Coliseum’ di Los Angeles

Cinque minuti infiniti, 90mila cuori e 180mila mani che sostengono una donna, una sportiva, una che ha un sogno da realizzare. Ce la fa, grazie alla sua immensa forza di volontà e grazie al calore della gente.

“Grande amore”. Nella canzone di Battisti e Mogol troviamo anche queste due parole, una accanto all’altra. E pensiamo immediatamente a Stamata, a Bobbi, a Kathrine, a Joan, a Gabriela e a tutte le donne che, prima e dopo di loro, hanno lottato e continuano a lottare per i loro sogni di sportive. Grande amore.

Riccardo Corradini

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