Una mosca bianca nell’Africa nera: Julius Yego, l’oro più brillante del Kenya

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Il sesto racconto di Bar Sport è ambientato nel continente africano: andiamo alla scoperta di Julius Yego e del suo incredibile percorso

La storia dello sport è come un grande libro al cui interno troviamo un’infinità di pagine, tutte caratterizzate da una loro unicità. Sono le vite di donne e uomini. Campioni olimpici o ultimi classificati. Nati ricchi o nati poveri. Normodotati o disabili. Realizzati o insoddisfatti. Celebrati o dimenticati. E si potrebbe andare avanti per un bel po’.  

Se qualcuno ci assegnasse il compito di dividere queste storie in due grandi blocchi, sarebbe troppo semplicistico dividere i vincenti dai non vincenti. Non per sminuire il valore della vittoria, che è il sale dello sport: se sto giocando uno scambio tennistico, voglio far punto; se sono in un campo da basket, voglio vedere la palla infilarsi nella retina; se ho un arco in mano, voglio che la mia freccia finisca al centro del bersaglio. Non si gioca per partecipare: quando ho voglia di partecipare, entro in un bar oppure in una trattoria.

Fatta questa noiosa ma doverosa precisazione, andiamo al punto e dividiamo in questa maniera i due blocchi: nel primo mettiamo i pionieri dello sport, nel secondo gli altri atleti. Chi sono i pionieri? Potremmo anche chiamarli rivoluzionari. Sei rivoluzionaria, per esempio, se ti chiami Bobbi Gibb e nel 1966 corri l’intera maratona di Boston anche se è un evento per soli uomini; sei rivoluzionario se ti chiami Dick Fosbury e ai Giochi di Città del Messico applichi allo sport il concetto di Sessantotto, saltando con la schiena rivolta verso l’asticella e portando a casa l’oro olimpico.

20 ottobre 1968: cambia la storia del salto in alto

Aprendo il grande libro dello sport, siete finiti sulla pagina di Julius Yego. Se la vita vi porterà in Kenya e parlerete di lui con la gente del posto, sentirete questa frase: “È il keniota che ha reso possibile qualcosa che nel nostro paese era impossibile”. E altri aggiungeranno: “Non era solamente impossibile, ma addirittura impensabile”.

Questa storia comincia il 4 gennaio del 1989, nella zona di Nandi. Due contadini diventano mamma e papà per la quarta volta (e col tempo ne arriveranno altri quattro). La famiglia Yego vive in condizioni umili. Solito incipit strappalacrime, starete pensando. La situazione è questa: manca l’elettricità, figurarsi le automobili. Beh, tanto la scuola del villaggio sarà vicina: non proprio, i piccoli percorrono otto chilometri a piedi. Scalzi. Tutti i giorni.

Il Kenya è un posto pieno di bravi corridori. Da sempre, però, c’è qualcosa che attrae Julius più della corsa: “Insieme agli altri bambini facevamo le gare con i bastoni. Attorno a casa c’erano alberi perfetti per costruire i nostri giavellotti: andavamo nella boscaglia e sceglievamo i rami giusti, poi li tagliavamo in attesa che si seccassero. Io mi divertivo tantissimo”.

Un divertimento che, nella fase dell’adolescenza, diventa anche motivo di discussione in famiglia. Dopo aver provato altre discipline come i 100 metri e la corsa campestre, il nostro protagonista decide di praticare come sport quello che da bambino era solo un gioco. All’età di 14 anni disputa le prime gare regionali scolastiche: in mano non ha più un bastone, ma un vero e proprio giavellotto. È molto bravo, di gare ne continuerà a fare. Spesso senza dirlo a suo padre: il signor Yego, infatti, non vede di buon occhio questa passione di suo figlio. Teme che le tante gare possano distoglierlo dallo studio. La mamma, invece, non la vede come una cosa negativa: capisce che può nascere qualcosa di bello.

La contea di Nandi, come molte altre nel paese, è piena di allenatori che possono insegnarti a correre, ma di gente che ti insegna a lanciare il giavellotto fai fatica a trovarne. E allora come si fa ad imparare? Siamo nel 2004, ad Atene ci sono i Giochi olimpici: mezzo mondo è colpito dalle otto medaglie di Michael Phelps nel nuoto, l’Italia gioisce per l’oro di Stefano Baldini nella maratona e in Kenya si celebra la tripletta di Kemboi, Kipruto e Koech nei 3mila siepi. Da qualche parte, però, c’è un quindicenne che rimane impressionato da un’altra gara. Ovviamente il quindicenne è Julius e la gara è quella del giavellotto.

Ormai, caro papà Yego, è tempo di mettere il cuore in pace. Non si torna più indietro. La passione è talmente grande da spingere Julius a frequentare il cybercafé, che è una sorta di internet point. C’è una domanda rimasta in sospeso: come si impara a lanciare il giavellotto se non ci sono allenatori? La risposta è all’interno del cybercafé: Julius va lì per guardare i grandi campioni attraverso i video di YouTube. In particolare, osserva i suoi tre punti di riferimento: il ceco Jan Zelezny, il norvegese Andreas Thorkildsen e il finlandese Tero Pitkamaki.

Avere un giavellotto nella tua scuola superiore, se vivi in un paese con risorse economiche limitate, è già una manna dal cielo. Impossibile averne di più. Se ami lanciare, devi sperare che quell’unica asta non si rompa. Nell’high school di Kapsabet rimarrà intatta? Ovviamente no. I fondi per ricomprarla mica ci sono. Nelle storie, lo sapete, a volte possono comparire all’improvviso i cattivi, altre volte i buoni. Stavolta va bene: compare un personaggio positivo, interpretato dall’insegnante di geografia.

Conoscendo la grande passione di Julius, uno che evidentemente si fa voler bene, decide di ricomprare a sue spese il giavellotto. Un gran gesto, apprezzato e colto in pieno: l’insegnante, nel corso degli anni, si potrà gustare tutte le imprese del proprio allievo. Non sappiamo quante nozioni di geografia sia riuscito a trasmettergli in aula, ma se girerà il mondo è anche grazie a quel regalo.

Terminato il percorso scolastico, arriva la polizia. Non per arrestarlo, ma per metterlo sotto contratto: come accade anche da noi, le forze dell’ordine hanno i propri gruppi sportivi. Questa è un’ottima occasione per Julius, che può avere la certezza di uno stipendio e anche il tempo necessario per allenarsi. I risultati ci sono, ma lo sport gli dà la prima delusione: nel 2008, nonostante un personale già oltre i 70 metri che gli garantirebbe un posto per i Mondiali Under 20, la federazione keniota sceglie di non convocarlo. Salta un bel viaggio in Polonia.

Le delusioni, se le sai guardare nel modo giusto, possono darti una spinta: l’anno dopo arriva il primo di tanti titoli nazionali, poi nel 2010 c’è il debutto internazionale. Anche se, in realtà, non c’è prendere nessun aereo: i campionati africani di atletica leggera sono in programma proprio a Nairobi, la capitale del Kenya. Un grande esordio: il suo lancio va oltre i 74 metri e vale il bronzo.

Qualche mese più tardi, ai Giochi del Commonwealth in India, una brutta gara gli farà in realtà molto bene: “Ho capito che avrei dovuto lavorare parecchio sulla tecnica”. E allora sotto con YouTube: Zelezny, Thorkildsen e Pitkamaki, in loop, verso i Giochi africani del 2011. In Mozambico Julius supera la linea dei 78 metri e porta al Kenya il primo oro internazionale nel giavellotto. Si accorge di lui anche la federazione mondiale, che lo premia con una borsa di studio con la quale potrà coltivare il proprio talento nel prestigioso centro sportivo di Kuortane.

Pensare ad un keniota immerso nelle nevi finlandesi fa un po’ sorridere, ma si rivelerà la cosa più bella che gli potesse capitare. Nei mesi passati in Scandinavia ha l’opportunità di lavorare con un grande coach come Petteri Piironen. In quel posto si allena anche Tero Pitkamaki, vincitore di un mondiale e di un bronzo olimpico. Puoi pizzicarti le guance, Julius: non sei più all’interno del cybercafè, ce l’hai di fianco, è la realtà.

Nessuno in Finlandia lo tratta da avversario: capiscono di aver di fronte un ragazzo talentuoso e con tanta voglia di imparare, quindi viene messo nelle migliori condizioni per sbocciare. Vi ricordate quei buoni che ogni tanto appaiono nelle storie? Eccone altri, abitano vicino alla Lapponia di Babbo Natale e sono illuminati dall’amore per lo sport. Anziché pacchetti, donano a Julius qualcosa di più grande: una buona tecnica, che gli permetterà di guardare con fiducia al futuro.

Quella che noi chiamiamo atletica leggera, per gli inglesi è track and field. Con il termine track intendono le gare di corsa, nella parola field c’è tutto il resto: i salti (alto, asta, lungo, triplo) e i lanci (disco, giavellotto, martello e peso). Imparare questa cosa non vi aiuterà a superare un esame linguistico, ma a capire meglio l’eccezionalità di Julius Yego in Kenya.  

Londra 2012. Ci siamo: quell’adolescente che guardava i suoi miti mentre lanciavano ad Atene e poi faceva chilometri per andare a studiarli su Youtube, è ufficialmente un lanciatore di livello olimpico. Sull’aereo per l’Inghilterra salgono 44 atleti della nazionale, un numero abbastanza equilibrato tra uomini e donne. Qualcosa di sbilanciato c’è: quarantatré di loro fanno parte del mondo track. L’intruso, fresco di un titolo africano appena guadagnato in Benin, sapete chi è.

8 agosto, giorno delle qualificazioni. Il giavellotto vola lontanissimo, oltre gli 81 metri. Qui si comincia a scrivere la storia, ma per davvero: mai nessun africano aveva raggiunto la finale olimpica in questa specialità. Julius, tra l’altro, ha un fisico completamente diverso da quello dei suoi avversari. In finale ci sono 12 atleti: carta, penna e calcolatrice alla mano, l’altezza media degli altri undici è di 187 centimetri. Una dozzina in più rispetto a lui, che si ferma a 175. Non arriva la medaglia, ma per quella ci sarà tempo. Ha solo 23 anni.

Nel 2013 in Russia c’è il Mondiale. Anche nell’atletica leggera esiste la figura del capitano: in Kenya è David Rudisha, icona del mezzofondo. Un infortunio, però, lo costringe ad alzare bandiera bianca: i compagni sono chiamati ad eleggere il suo sostituto. Sono tanti i bigliettini con scritto Yego, che alla sua prima rassegna iridata riceve già un grandissimo attestato di stima da parte del gruppo, diventando capitano della nazionale. Anche sul campo le cose vanno bene, il suo lancio va al di là degli 85 metri e lo porta ad una sola posizione dal podio.

In attesa di tornare nei palcoscenici più importanti per i grandi appuntamenti previsti negli anni successivi, l’estate del 2014 è una buona occasione per fare il pieno di medaglie d’oro: oltre al titolo di campione nazionale, vince i Giochi del Commonwealth in Scozia e il campionato africano in Marocco. Tre finali in cui Mister YouTube (sì, ormai per tutti questo è il suo soprannome) non va mai sotto gli 80 metri: si scaldano i motori.

2015. Anno dispari, che nel linguaggio dell’atletica leggera significa Mondiale. A giugno Julius fa la voce grossa in Diamond League, nella tappa inglese di Birmingham: stavolta c’è un nove davanti, la misura dice che siamo oltre i 91 metri. Però il vero appuntamento, lo sa bene, è quello in programma a Pechino nel mese di agosto. Lo scenario è il Nido d’uccello, stadio che sette anni prima aveva consacrato un giovane jamaicano capace di rompere sia il record dei 100 che quello dei 200. Usain Bolt, simbolo dei Giochi olimpici nel 2008.

Passate senza problemi le qualificazioni, mercoledì 26 agosto è il giorno della finale. Dopo la prima serie di lanci è in testa il tedesco Rohler. Al termine della seconda è l’egiziano El-Sayed a guidare la classifica. Julius è indietro, sesto su dodici. Al terzo dei sei lanci, però, cambia un po’ tutto: non solo la gara, ma anche la storia di questo sport. Lo stadio è incredulo, si sente un grande boato. Cos’è successo? Dopo aver viaggiato per parecchio tempo nel cielo pechinese, il giavellotto con lo stemma del Kenya è atterrato a 92 metri e 72 centimetri. Wow!

Nella storia solo in due, prima del 2015, avevano fatto di più: Jan Zelezny, il ceco guardato e riguardato su YouTube (98.48), e Aki Parvianen, un finlandese che ha stabilito il suo record (93.09) a Kuortane. In una giornata speciale, che a 26 anni lo laurea campione del mondo, Julius dedica un pensiero a chi in quella città lo ha trattato come un figlio: “Grazie al coach Piironen ho potuto raggiungere questo risultato. Pratico ancora i suoi metodi di allenamento e, quando ho bisogno, lui è sempre pronto per darmi dei buoni consigli”. Mentre Julius ascolta l’inno del Kenya, che a Pechino suona per lui, può voltare lo sguardo e darsi un altro pizzicotto: sullo stesso podio, col bronzo al collo, c’è Tero Pitkamaki. Lo sport, quando vuole, sa essere romantico.

Per la prima volta il Mondiale di atletica leggera si chiude coi kenioti davanti a tutti nel medagliere. Ad una nazionale sempre al top nella corsa, serviva quel passettino in più per arrivare davanti a superpotenze come Jamaica e Stati Uniti: mancava l’oro di uno che ha fatto di tutto per credere nell’incredibile.

Sul dizionario Treccani c’è scritto che è un pioniere chiapre una via agli altri, esplorando regioni sconosciute e insediandosi in esse, in modo da consentire nuovi sbocchi all’attività umana. E sapete cosa dice Julius Yego nella serata in cui vince l’oro mondiale? “Il mio desiderio più intimo è quello di aprire la via alle specialità che in Kenya sono un po’ ai margini: anche lì ci sono grandi talenti”.

La sua storia da pionere non finisce qui. Nel 2016 è tempo di volare in Brasile, a Rio de Janeiro. Sabato 20 agosto, penultimo giorno dei Giochi olimpici, è in programma la finale del giavellotto. Una finale in cui Julius fa registrare immediatamente un lancio da 88.24 metri e va in testa. Nel corso della gara, però, un infortunio alla caviglia lo costringe al ritiro. Mentre i sanitari lo portano nella pancia dello stadio per medicarlo, l’atleta keniota è in lacrime: tutto il pubblico lo applaude.

In quelle lacrime c’è un po’ di tutto: i sacrifici fatti per arrivare fin lì, le emozioni della gara, la rabbia per non poter terminare i propri lanci, la paura che qualche avversario lo superi. In effetti, il tedesco Rohler al quinto tentativo va oltre i 90 metri. Nessun altro, oltre a lui, fa meglio di Julius. Questo significa che ha appena vinto una medaglia olimpica: non è d’oro, ma è una meravigliosa medaglia a cinque cerchi (se guardate il video, state attenti al suo volto al minuto 01:03 e poi osservatelo bene al minuto 01:39). Dopo le tantissime arrivate dalla corsa (95) e qualcuna presa nel pugilato (7), in Kenya la numero 103 è speciale. Argento vivo.

Il ragazzo che ha reso possibile l’impossibile non è solo un lanciatore di giavellotto, ma è soprattutto il marito di Sincy e il papà di due splendidi bimbi, Jarvis Kiptoo e Finn Kigen. Gli impegni sportivi richiedono tempo, ma la famiglia è sempre la sua priorità. Senza dimenticare le sue origini: quando può, va a trovare i genitori, che sono orgogliosissimi di lui. Anche suo padre? Sì, adesso è il tifoso numero uno. Proprio nel tifo troviamo un altro lato sportivo di Julius, amante del calcio e fan dell’Arsenal.

Dove tutto è cominciato. Casa.

Nel 2021, a Tokyo, si tornerà a respirare la magia dei Giochi: “Avrò 32 anni e probabilmente sarà la mia ultima partecipazione olimpica: ci tengo molto”. Il triennio post-Rio non è stato il migliore della sua carriera, ma chi avrà il coraggio di sottovalutare un atleta partito dal nulla e arrivato a conquistare il mondo?

Riccardo Corradini

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